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Ristorante Viterbo San Martino La Pergoletta
La Pergoletta Ristorante Viterbo - San Martino al Cimino
 
 
L'abbazia cistercense
L'abbazia Cistercense è il maestoso monumento da cui si domina la Tuscia viterbese. Fu costruita nel 1150 dai Cistercensi di Pontigny. Il nostro ristorante gode della vista di questa magnifica realizzazione.
San Martino al Cimino è situato a circa 500 mt s.l.m ha un clima fresco e gradevole d'estate ed è il punto ideale da cui partire per visitare la Tuscia.Poco distate dal lago di Bolsena dove consigliamo un agriturismo a Bolsena
   
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CENNI STORICI SU S.MARTINO AL CIMINO:
L'ordine cistercense
Nove secoli fa, il 21 marzo del 1098, ventun monaci con a capo il loro abate Roberto, lasciarono il monastero di Molesme per fondare in Borgogna un nuovo insediamento monastico, in un luogo anticamente denominato Cistercium, località paludosa con folti canneti, oggi conosciuto con il nome di Citeaux. Ecco l'origine dei Cistercensi, che tanto sviluppo dovevano avere nei secoli seguenti. Origini umili e difficili, uomini che disponevano di pochi mezzi, di un terreno incolto e selvaggio, ma di sicura fede , sostenuti dal desiderio di una vita monastica povera ed eremitica, fedeli alle tradizioni degli antichi padri, osservanti del principio "ora et labora" insegnamento fondamentale della Regola Benedettina. Alcuni anni dopo, tante furono le adesione al "novum monasterium" che si moltiplicarono le abbazie: La Fertè (1113); Pontigny (1114); Clairvaux e Morimond (1115). Nel 1113 entrava quale monaco dell'abbazia di Citeaux colui che doveva divenire il più famoso dei Cistercensi, San Bernardo di Chiaravalle ed in breve tempo l'Ordine Cistercense si espanse in tutta l'Europa. Il motivo primario di questa rapida espansione fu senza dubbio l'interpretazione degli ideali religiosi e le aspirazioni del XII secolo, non solo delle classi agiate ma anche di quelle più povere, dando grande risalto all'assistenza del pellegrinaggio religioso molto in uso in quei tempi.

Cenni storici sull’abbazia cistercense di S.Martino al Cimino
La prima menzione di una "Ecclesia S.ti Martini in Montibus" risale all'anno 838. Ben presto il cenobio ospitò il primo nucleo di una comunità di monaci benedettini che vi risiedette sino all'inizio del XI secolo. Nel 1145 il pontefice Eugenio III (1145-1153) sostituì i benedettini con una colonia di monaci cistercensi provenienti dal monastero savoiardo di S.Sulpice. Nel 1207 per volere di Innocenzo III (1198-1216) altri monaci cistercensi, provenienti dall'abbazia "madre" di Pontigny rafforzarono la piccola comunità monastica. Lo stesso pontefice nel 1208 donò all'abbazia cimina una considerevole somma di denaro per risollevare le esigue casse abbaziali. Sotto il governo dell'abate Giovanni II e per interessamento diretto del cardinale Raniero Capocci, vescovo di Viterbo (1212-1224) iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa e dei locali abbaziali. La chiesa fu consacrata nell'anno 1225. Nella prima metà del XIV secolo, Silvestro Gatti, Signore di Viterbo si impadronì con la forza del monastero sequestrò i beni e cacciò i monaci, i quali solo nel 1448 sotto il pontificato di Niccolò V rientrarono in possesso dell'abbazia. Nel 1462 papa Pio II (1458-1464) concede l'abbazia in commenda al nipote il cardinal Francesco Piccolomini (futuro Pio III ) che inizio grandi lavori di restauro. Rimasta a lungo nelle mani di molti commendatari tra cui ricordiamo oltre al Piccolomini, i cardinali Farnese, Riario, Della Rovere, Visconti, nel 1564 sotto il pontificato di Pio IV, il cardinal Ranuccio Farnese lo restituì al Capitolo di S.Pietro in Roma. Con la decadenza dell'abbazia, il piccolo nucleo di abitanti (famuli) che aveva sostituito i monaci nei lavori più pesanti, all'abbandono del monastero da parte dei religiosi si era costituito in congragazione laica. Infatti a capo della comunità venivano eletti tre Priori della Compagnia della Misericordia, espressione dell'attuale Confraternita di S.Martino al Cimino.

DONNA OLIMPIA E S.MARTINO AL CIMINO: Le vicissitudini storiche narrate dagli annali della biblioteca dell’abbazia.

Quando, nel 1645 Donna Olimpia Maidalchini Pamphili, ottenne dai Canonici del capitolo Vaticano l’Abbazia di S.Martino ai Monti, vi trovò una comunità di quattrocento abitanti, raccolti attorno al monastero Cistercense, ormai non più abitato dai monaci Borgognoni.
Il piccolo nucleo di abitanti formatosi naturalmente intorno all’anno 1426, si era organizzato, infatti a capo della comunità di S.Martino c’era un Podestà e tre Priori, quegli stessi della Compagnia della Misericordia, originaria espressione della attuale Confraternita del SS.Sacramento e S.Rosario che tuttora svolge attività spirituali, sociali e culturali.
Il Podestà e i Priori governavano secondo lo statuto, per l’osservanza delle leggi si avvalevano delle dell’operato delle guardie denominate Baiuli. Da questi primi accenni si nota che le vicende storiche dell’Abbazia, della Confraternita e dello sviluppo del borgo, dovuto a Donna Olimpia, sono strettamente intrecciate.
Se i monaci Benedettini, grandi amanti dei luoghi solitari, suggestivi e ricchi di acque, non avessero edificato già nel IX secolo un loro cenobio e se i Pontefici Eugenio III prima e Innocenzo III dopo non avessero chiamato in questo luogo una comunità di monaci Cistercensi, forse non esisterebbe l’attuale paese. I centri abitati si formavano spontaneamente attorno ad un castello o ad una Abbazia, dai quali ricevevano difesa in caso di pericoli.
I primi abitanti della costa cimina, che si erano venuti a stringere attorno al monastero di S.Martino ai Monti, dai monaci Cistercensi ricevettero sostentamento, difesa, ma soprattutto il senso della laboriosità, della pietà, e dell’organizzazione, utile quando, per la prepotenza e l’avidità delle famiglie viterbesi dei Gatti, dei Capocci e dei Prefetti Vico, i monaci, derubati delle decime, delle suppellettili e di ogni altra ricchezza, furono cacciati dal monastero, perseguitati perfino dall’avidità della camera Apostolica che li aveva oberati di imposte esose anche nei periodi di maggiore indigenza. Quei quattrocento abitanti facendo tesoro della grande scuola dei monaci Sulpiziani prima e Pontiniacensi dopo, si organizzarono come abbiamo già detto, facendo fronte anche alle esose pretese finanziarie, prima dei Cardinali Commendatari e poi dei Canonici del Capitolo Vaticano, loro veri signori, dalla seconda metà del 1300 al 1644 e che avevano qui a S.Martino un loro Vicario per l’amministrazione dei beni e per la riscossione delle gabelle.
Fu anche per questo che sorse a S.Martino ai Monti la Compagnia della Misericordia, che oltre all’onere di mantenere accesa la lampada che arde davanti al SS.Sacramento, era impegnata a raccogliere, attraverso i suoi Confratelli, le offerte volontarie da parte degli abitanti del paese e delle campagne, di grano, cereali vari e canapa. Raccoglieva tutto nel Monte Granario che si trovava appunto nella attuale sala detta del “Granaro”, che in origine era adibita a dormitorio dei Monaci, poi
luogo di raccolta e di sostentamento per i più bisognosi e diseredati. Il grano veniva distribuito o trasformato in pane nel forno pubblico amministrato, come il Granaro, dalla Compagnia della Misericordia; la canapa veniva fatta tessere o venduta sempre per sopperire sia agli indumenti sacri, sia ai bisogni dei più miseri. Per la precisione dobbiamo affermare che i Cardinali Commendatari non furono sempre avide di rendite e opere nei confronti del monastero, il più attivo e benemerito fu il cardinale Francesco Piccolomini, nipote di Enea Silvio Piccolomini, Papa Pio II, il quale fu Commendatario dal 1461 fino al 1503, anno in cui salì al Pontificato con il nome di Pio III. Durante la Commenda il Piccolomini fece riedificare parte del monastero fatiscente, restaurò l’Abbazia e i dormitori dei monaci, fece costruire il sagrato antistante la chiesa, dove ancora oggi sono visibili gli stemmi del suo casato. Sotto la sua Commenda l’Abbazia fu più volte visitata dallo zio Papa Pio II, che vi si rifugiò dal morbo della peste nell’anno 1464, come era già avvenuto per altri Papi.
Successore del Piccolomini fu il Cardinale Alessandro Farnese, Commendatario dal 1503 al 1523, che commissionò a Taddeo e Zuccari e Luzio Romano gli affreschi della Sala Capitolare, oggi sede della Confraternita del SS.Sacramento e S.Rosario.
Ma chi, sopra tutti, ebbe il merito di dare uno sviluppo e un aspetto nobile al borgo di S.Martino ai Monti, fu Donna Olimpia Maidalchini Pamphili, cognata di Giambattista Pamphili, Papa Innocenzo X, dal quale aveva ottenuto nell’anno 1645 il monastero Cistercense e, dopo averne fatto un capolavoro di urbanistica, lo elevò a Principato. Come donna di grandi ambizioni e senso del bello, Olimpia affidò la progettazione ai maggiori urbanisti dell’epoca, come Francesco Borromini, Marcantonio De Rossi, Padre Virgilio Spada, alla sopraelevazione dell’antico Palatium Parvum dei monaci, scelto da Donna Olimpia come sua residenza principesca lavorarono Lorenzo Bernini, Paolo Marucelli e l’Alamanni, si avvalse anche dell’opera dello scultore Algardi e del pittore Mattia Preti.
Olimpia fu anche Principessa munifica verso la popolazione che vi trovò, non alterando l’organizzazione comunitaria preesistente, anzi migliorò le condizioni di vita dei suoi sudditi, creando tutti i servizi sociali per quell’epoca e persino due scuole.
Un’opera più unica che rara Olimpia la compì verso quei galeotti della darsena di Civitavecchi ai quali Innocenzo X concedeva la libertà qualora accettassero di lavorare alla costruzione del borgo di S.Martino e, alle giovani prostitute dei sobborghi di Roma che accettavano di vivere nel nuovo paese offriva un marito, una casa e la dote. Alle giovani famiglie che con l’andar del tempo si formavano Olimpia concedeva l’esenzione al pagamento delle gabelle per i primi due anni di matrimonio.
Tutto questo è storia vera e va detta per sfatare una volta per tutte maldicenze e leggende su Donna Olimpia e sulla popolazione di S.Martino al Cimino.

IL BORGO:
Divenuto Principato nel 1645, con Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj (1591-1657) cognata del pontefice Innocenzo X, inizia una fase di grande sviluppo sociale. Lo stesso anno dell'elevazione a principato iniziarono gli studi per la progettazione urbanistica del borgo e i lavori di sopraelevazione dell'antico "palatium parvum" dei monaci cistercensi, da adibirsi a residenza principesca, che divenne ben presto il centro del borgo. I lavori di realizzazione del nuovo nucleo urbano, legati al gusto scenografico proprio del barocco, vennero affidati all'architetto militare Marcantonio de' Rossi, con il sicuro contributo soprattutto di Francesco Borromini, del Bernini e del padre Virgilio Spada. La struttura del borgo voluta da Donna Olimpia, che ricorda la celebre piazza Navona in Roma, è dunque legata ad una seria ed attenta pianificazione urbanistica. Il visitatore che vi giunge per la prima volta resta certamente stupito dall'ordine architettonico e dalla regolarità con cui si succedono le case perimetrali digradanti, residenze degli operai e realizzate tutte con la stessa metodologia, poste l'una accanto all'altra e addossate alla cinta muraria. E' certo che Donna Olimpia per popolare il nuovo borgo, offrisse alle giovane coppie che decidevano di stabilirvisi, una abitazione, la dote nuziale e l'esenzione delle tasse per i primi cinque anni di residenza. Il nuovo borgo fu dotato di tutti i servizi, dalle osterie agli spacci, dal teatro ai lavatoi pubblici, dalle fontane alla casa del gioco della pallacorda. Intorno correva la muraglia fortificata dotata di nove baluardi fortificati e tre garitte di guardia, l'accesso al borgo avveniva mediante le porte principali, la "romana" ideata dall'architetto Marcantonio de' Rossi e la "viterbese" disegnata dal Borromini. Il grande progetto di costruzione di un borgo pianificato si concluse alcuni mesi prima della morte del suo benefattore, papa Innocenzo X (1655), presto seguita da Donna Olimpia (1657), sicuramente artefice principale della realizzazione di questo gioiello architettonico, sepolta nell'abside della sua gotica abbazia.

La Sala Capitolare: La sala Capitolare e’ dall’anno 1905 sede della Venerabile Confraternita del SS.Sacramento e S.Rosario .
Anticamente detta del Trebbio fu edificata dai monaci cistercensi nella prima meta’ del XII secolo, consacrata con il resto del complesso abbaziale nell’anno 1225 dal cardinale Raniero Capocci viterbese e dall’abate del tempo Giovanni II. Vi si accede dall’antico e ormai quasi scomparso chiostro “ claustrii monasteri” .
E’ una grande sala rettangolare a navata unica, coperta da tre crociere costolonate e da una larga arcata.
La cornice che corre lungo le pareti, sotto le lunette decorate e’ costituita da elementi conici detti peducci sui quali ricadono le nervature delle crociere, del tutto simili a quelli dell’ambiente contiguo denominato Locutorium .
I peducci a cono rovesciato sono similari a quelli della camera capitolare dell’abbazia di Pontigny, il che accerta che a S.Martino lavorarono le stesse maestranze di Monaci borgognoni che edificarono le sale dell’abbazia francese.
Nella parete destra si aprono due porte una che conduce nella sala Armarium, l’altra murata, che conduceva alla sacrestia sulla cui architrave e’ scolpita da data di consacrazione. Le decorazioni delle vele e crociere risalgono alla prima meta’ del 500, essendo state eseguite da Luzio Romano con il sicuro contributo di Taddeo Zuccari per il commendatario, il cardinale Alessandro Farnese divenuto in seguito papa Paolo III.
Gli affreschi del fascione centrale e delle lunette risalgono alla prima meta’ del 600, come riferisce la relazione che accompagna la planimetria seicentesca attorno alla canonica:
" ....camera detta del Trebbio in volta con stucchi e bellissime pitture fatte nel tempo di Raffaelle d’Urbino con grotteschi simili a quelli del Vaticano et hoggi maggiormente ornata.... "
Le decorazioni delle lunette detti Castella, raffigurano i possedimenti Pamfiliani di Attigliano, Alviano, Monte Calvello, Poggio, oggi Guardea.
Lo stemma composito in stucco policromo posto al centro del fascione prima dell’ultima crociera appartiene ad Ottaviano Riario Visconti vescovo di Viterbo dal 1506 al 1523.
Il pavimento in marmo bianco e nero realizzato da Francesco Borromini e’ simile a quello delle navate laterali di S.Giovanni in Laterano.
In questa splendida sala e’ conservato l’archivio e sono esposti al pubblico oggetti e documenti che sono testimonianza delle vicende storiche e delle attività della Confraternita nel corso dei secoli.

La storia e le informazioni su S.martino al Cimino sono tratte dai libri:

S.Martino al Cimino
Colombo Bastianelli
Edito dalla Confraternita del SS:Sacramento e S.Rosario

Le Contrade di S.Martino al Cimino
Colombo Bastianelli

per gentile concessione dell'autore.

San martino al Cimino Le contrade di San martino al cimino

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